I bambini, l'attualità, le storie. Intervista ad Alberto Melis
di Maria Corno
Iniziamo dalla sua esperienza di maestro. In che modo l’attualità raggiunge i bambini? Attraverso quali mezzi ricevono le notizie dal mondo? E quali sono le notizie che più li colpiscono?
L’attualità, ma forse sarebbe meglio dire la “realtà”, quella dell’Immenso Mondo che circonda i bambini, così come essi lo percepiscono, arriva loro attraverso gli stessi canali con cui giunge agli adulti, e cioè tramite i media, tv in testa. Va da sé che anche i bambini, così come gli adulti, restano più colpiti da ciò che i mezzi di comunicazione di massa veicolano con maggiore insistenza e forza di penetrazione, sia nel bene che nel male.
Spesso l’attualità è legata a grandi tragedie, a situazioni dolorose: catastrofi come un terremoto o un’alluvione, o i grandi problemi della povertà, delle guerre, delle disuguaglianze nel mondo, dello sfruttamento. Che percezione hanno i bambini di questi temi? E quale risonanza emotiva suscitano in loro? Ne parlano? Come?
La percezione che i bambini hanno dei grandi mali che affliggono l’umanità, conflitti armati, povertà e avvenimenti catastrofici, è sicuramente imprecisa e parziale, soprattutto laddove gli adulti non aiutano i più piccoli a decodificare e sistematizzare informazioni complesse. Nonostante questo, ciò che i bambini afferrano con interezza è tutto il dolore e l’orrore che tracimano dagli schermi televisivi, restandone spesso emotivamente scossi. Per questo motivo sentono il bisogno di parlarne anche a scuola, con i compagni e con gli insegnanti, per poter esorcizzare gli incubi e metabolizzare stupore e paura attraverso un processo di condivisione.
Basti pensare all’impatto provocato dalle ricorrenti immagini degli attentati suicidi che le tv rimandano quasi quotidianamente dall’Iraq o dall’Afghanistan, dove tra l’altro sono presenti i militari italiani. Perché la guerra? Come è possibile che un uomo o una donna possano mettere fine alla propria vita uccidendo altre persone, tra le quali tantissimi bambini? E tutto ciò – perché è questa la domanda che i più piccoli si pongono quasi ossessivamente – potrà succedere un giorno anche da noi?
Davvero singolari sono poi le modalità con le quali sovente i bambini ripropongono ai compagni gli avvenimenti più drammatici di cui sono venuti a conoscenza, come per esempio un terremoto o un’altra calamità naturale, amplificandone ad arte e spesso all’inverosimile gli effetti più truci e terribili, con lo scopo di suscitare in chi ascolta il loro stesso sgomento e il loro stesso sentimento di impotenza: un gioco di specchi teso anch’esso a trovare negli altri il conforto per le proprie paure.
Le è capitato come maestro di raccogliere testimonianze dirette di disagio legate a una di quelle situazioni (bambini profughi, che hanno vissuto la guerra, che hanno avuto esperienze traumatiche di immigrazione, o sono state vittima di una calamità naturale). Se sì, che cosa è accaduto in classe? Come ha affrontato il problema?
Non ho mai avuto, tra i miei alunni, bambini che provenissero da situazioni di guerra o che fossero rimasti coinvolti in calamità naturali. Ne ho conosciuti tanti però, che vivevano e continuano a vivere l’esperienza dell’immigrazione con grandi difficoltà, non tanto, o non solo, per le modalità di arrivo nel nostro paese, quanto per problemi di estrema povertà, oltre che per i sentimenti di rifiuto e di aperta intolleranza che oggi attraversano la nostra società. Devo dire però, come ben sanno tutti gli insegnanti che si trovano ad affrontare questa nuova realtà, che ciò che accade quasi sempre all’interno di una classe, grazie alle straordinarie capacità di accoglienza e di “mutuo soccorso” dei bambini, è un piccolo, grande miracolo: perché anche le ferite più profonde vengono pian piano sanate dal fatto stesso di sentirsi “parte” di un gruppo e di poter contare sugli altri.
Lei propone ai bambini letture legate ai problemi di oggi? Che tipo di letture e come le propone?
Ogni lettura che propongo ai bambini deve avere prima di tutto la caratteristica di essere una buona lettura, a prescindere dai temi di sottofondo trattati. Oggi, fortunatamente, esistono molti ottimi romanzi per ragazzi che oltre ad essere avvincenti e ben scritti riescono anche a veicolare informazioni e tematiche legate alla realtà. In ogni caso, quando propongo la lettura specifica di un libro, sia che sia io a leggerlo a voce alta in aula, sia che siano i bambini a farlo a casa, li lascio sempre liberi di arrivare fino alla fine o di metterlo da parte, se non lo trovano soddisfacente…
In che modo attraverso la lettura di storie (che siano invenzioni verosimili o racconti di vicende realmente accadute) un bambino può farsi un’idea del mondo di oggi?
In un modo, paradossalmente, molto più approfondito e razionale di quello che offrono le “notizie” raccontate dai telegiornali o dai programmi televisivi che in un modo o nell’altro affrontano temi legati alla realtà. Perché una storia, una buona storia, non si limita a fornire la notizia di un fatto, seppure inventato, purché sia emblematico. Ma di questo fatto ricuce la trama, ne ricerca le cause e ne suggerisce gli effetti, in un ventaglio di luci e di chiaroscuri, anche dal punto di vista umano, che riescono a far avvicinare il bambino lettore a quelle categorie di senso indispensabili per non essere ciechi, o paralizzati dalla paura, di fronte al difficile mondo in cui viviamo. Una storia infatti, contrariamente ai fotogrammi dell’orrore che appaiono e scompaiono dagli schermi televisivi, propone sempre un percorso che il bambino dovrà compiere insieme ai suoi protagonisti, condividendone i pensieri e i crucci, le speranze, le sconfitte, gli eroismi e la ricerca di soluzioni. Ecco perché, tornando al “problema” della guerra, un buon romanzo, penso ad esempio a La grande avventura di Robert Westall, o anche al mio Le due facce di Gerusalemme, offre sempre al bambino molte più risposte di quelle che noi adulti siamo in grado di dargli.
Parliamo ora con lo scrittore per ragazzi. Tra i libri che ha scritto ce ne è uno che affronta coraggiosamente un tema difficile, quello dei bambini soldato. Da dove le è venuta l’idea?
In che modo, come scrittore, pensa che sia possibile portare all’attenzione dei bambini un tema così scabroso?
Ho scritto “Una bambina chiamata Africa” dopo aver letto molto, molti straordinari romanzi su questo tema; ma a farmi scrivere quasi d’impeto è stata la fotografia di una bambina ivoriana trovata su internet, i cui occhi dicevano tutto sull’orrore della guerra “dei diamanti” in Sierra Leone. Per tutto il tempo in cui ho lavorato a questo libro, non ho mai smesso di seguire una traccia stilistica ben precisa: quella di mediare la violenza, pure insita nella storia, con tutto ciò che di più positivo, in termini di speranze e di sentimenti, noi esseri umani riusciamo a opporre alle nostre peggiori paure. Concretamente ciò significa, per esempio, che non ho mai indugiato sulle scene di violenza, in modo che esse non prendessero il sopravvento sulla storia; che le paure, pure incommensurabili, dei suoi piccoli protagonisti in fuga dai guerriglieri predatori di bambini venissero sempre superate grazie al sentimento di fratellanza che li unisce e alla speranza in un futuro migliore; e infine che, tra gli adulti che accompagnano la loro avventura, comparissero anche delle figure solide e positive sulle quali poter contare. Credo, alla fine, di essere riuscito ad ottenere ciò che volevo, e cioè una storia che raccontasse la cruda realtà, ma che nello stesso tempo fosse accessibile anche ai ragazzi.
Come autore le sarà capitato di discutere di questo libro con classi di bambini. Che reazioni e osservazioni ha raccolto?
Straordinarie reazioni, nel senso che io stesso non mi aspettavo che questo libro riuscisse a suscitare tanto interesse e, soprattutto, tanta empatia nei confronti di Robin, il bambino francese finito per caso nel ginepraio ivoriano, e nei confronti di Sia, la bambina africana costretta a combattere una delle peggiori guerre causate dall’avidità e dalla stupidità degli adulti. Ogni volta che ho incontrato delle classi per discutere di questo romanzo, mi sono reso conto che esso ha giocato un ruolo importante nel fornire informazioni più precise su un dramma, quello dei bambini soldato, di cui poco o nulla sapevano. E che la vicenda narrata aveva avuto un forte impatto emotivo sui ragazzini e sulle ragazzine che avevo davanti. Provocando indignazione, prima di tutto, per quella parte del mondo adulto che disconosce in un modo così brutale i diritti dei bambini. Ma anche, non stupisca, un forte orgoglio, nel sentirsi partecipi e quasi coprotagonisti della denuncia dell’ingiustizia che questa storia pone a suo modo all’indice. Da parte mia, poi, ho sempre ribadito che di fronte agli aspetti più negativi della realtà, non dobbiamo mai avere paura di affrontarli a viso aperto: magari anche scrivendo una storia, o magari leggendola.